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Distribuzione Produzioni

Bartleby

bartleby

di Herman Melville – traduzione Luca Radaelli
con Luca Radaelli e Gabriele Vollaro
regia e scenografia Renato Sarti
luci e tecnica Graziano Venturuzzo
musiche Carlo Boccadoro
illustrazione e grafica Roberto Abbiati
coproduzione Teatro Invito | Teatro della Cooperativa

Una narrazione sul filo dell’ironia che ci conduce sull’orlo di un abisso. Bartleby è l’Umanità intera, salvarlo l’impresa.

Herman Melville è uno dei massimi scrittori di tutti i tempi. In Italia tale grandezza non è stata riconosciuta appieno: solo Moby Dick ha acquisito una certa fama, dovuta più al film o alle riduzioni per ragazzi che alla lettura integrale del romanzo, eppure opere come Taipi,  Benito  Cereno e soprattutto Billy  Budd sono ormai considerate classici. Di questi romanzi brevi il più particolare e discusso è Bartleby, lo scrivano (1853), considerato un precursore dell’esistenzialismo e della letteratura dell’assurdo. Anticipatore di Kafka, Beckett e Camus, ispirato a Dickens o alle filosofie orientali, è uno dei testi più elusivi e affascinanti della storia della letteratura.

Ambientato a Wall Street, descrive il contrasto tra la vita frenetica, rampante, votata al denaro e alla produttività, incarnata dalla city newyorchese e Bartleby, un personaggio che si rifiuta di svolgere le mansioni lavorative che il suo principale gli affida, finendo a poco a poco col rifiutarsi di fare alcunché, financo di vivere, reiterando il suo celebre «preferirei di no».

Questa opposizione, così radicale, a un mondo positivista e pragmatico viene descritta dall’esterrefatto datore di lavoro: un pacifico avvocato che cura gli interessi di danarosi clienti, ma che prova una strana attrazione mista a compassione e desiderio di scoprire quale mistero si celi dietro al rifiuto sempre più reciso di Bartleby.

Il desiderio di Bartleby di affrancarsi dalla schiavitù del lavoro, e di un lavoro alienato come quello di copista, anche a costo della sua stessa vita, lo rende un personaggio oltremodo moderno, una sorta di working class hero: un eroe solitario che si batte con pervicacia donchisciottesca contro il Moloch del capitalismo internazionale.

Altrettanto interessante è l’antagonista/narratore: l’avvocato che cerca in tutti i modi di capire, senza riuscirci, la protesta dello scrivano. Il lavoro di scavo delle ragioni dell’altro, la pietà cristiana, l’indignazione, l’autoanalisi spietata anche dei sentimenti meno nobili che prendono il sopravvento in una simile vicenda rendono l’avvocato umanissimo e fanno sì che il lettore si immedesimi negli sforzi del principale.

L’idea di trasporre il testo per il teatro è venuta naturalmente; Bartleby è una narrazione fatta in prima persona dal personaggio dell’avvocato, una soggettiva attraverso la quale vivono gli altri personaggi: i tre dipendenti, i vicini di casa, il secondino e, naturalmente, lo scrivano.

È una narrazione sul filo dell’ironia, a tratti persino comica, che ci prende per mano e ci conduce su un sentiero sempre più stretto, alla fine del quale ci ritroveremo sull’orlo di un abisso.
L’avvocato si sente in colpa, si domanda se ha fatto tutto quello che poteva per salvare Bartleby e gli spettatori si immedesimano, condividono la colpa, sentono il peso della loro inadeguatezza rispetto all’irruzione del diverso, del dropout, dell’emarginato.

Noi sentiamo affiorare gli stessi desideri, le stesse domande ogni qualvolta ci imbattiamo in un immigrato, in un accattone, in un malato di mente.

Perché Bartleby è l’Umanità intera. Salvare Bartleby è l’impresa ardua, il grande fardello che ognuno di noi ha sulla coscienza.

 

Per informazioni > distribuzione@teatrodellacooperativa.it

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Rassegna Stampa

Anna Bandettini, Repubblica.it
L’edizione che sta girando sui palcoscenici è il Bartleby diretto da Renato Sarti con Luca Radaelli che è anche traduttore e che dà una bella prova d’attore, molto verosimile nei panni del vecchio notaio americano con basettoni e redingote grigia, che è poi il narratore e dunque dà voce anche agli altri personaggi. La regia di Sarti, semplice e lineare anche nella scena, accompagnata dalle musiche di Carlo Boccadoro, ha scelto di far vivere in scena Bartleby.  
Claudia Pinelli, Sonda Life
Luca Radaelli riempie il palco, dalla scarna ma efficace scenografia. Con la sapiente regia di Renato Sarti, i cambi di ritmo e prospettive sottolineano con efficacia i cambiamenti emotivi e gli stati d’animo contrastanti e il volgere della voce narrante a una “pietas” non scontata.  
Danilo Caravà, Milano Teatri
Il personaggio dell’avvocato, interpretato efficacemente da Luca Radaelli, incarna la parola stessa del romanzo, la sua vocalità batte con convinzione come se pigiasse i tasti di una lettera 22, in preda ad un’ispirazione frenetica incontenibile. Regge bene, come un mitologico Atlante il vasto cielo di parole di questo spettacolo, e si fa contagiare gradatamente dal “I would prefer of not” di Bartleby fino all’epilogo dove cava dalla laringe una voce scevra dalla pompa e dal fasto retorico, una vocina bartlebiana, la cui luce sottile incanta come i fiammiferi di Prévert. Il giovane attore Gabriele Vollaro trova, aiutato dalla maieutica regia, una recitazione tutta fatta e capitalizzata sugli sguardi e su piccoli gesti, dove le parole suonano una musica nuda, essenziale, percorrono idealmente all’indietro la genealogia del suono e delle intenzioni, che ne costituiscono le armoniche, per arrivare, al tinnio puro, argentino, del cristallo. L’operazione del regista Sarti è più che convincente, e riesce a far sentire lo scricchiolio della penna di Melville, a rendere l’atto stesso creativo con cui è nato il romanzo, dosa con saggezza i larghetti ed i prestissimo creando un concertato che arriva a coinvolgere la platea. Bartleby è quanto di più prossimo ci possa essere all’inconscio, di quell’Altro che ci abita. L’intuizione di Sarti è stata quella di trovare in questa storia una forza sociale, dinamitarda, una forma gandhiana di satyagraha, di resistenza non-violenta trovata tra le pagine della letteratura americana, un rappelle a l’ordre da lanciare verso il pubblico, un invito, forse, a fare tutti un po’ più di silenzio per sentire i muti sguardi di Bartleby suonare una musica dolcissima che sciolga i nodi di parole che avviluppano il cuore.
Saul Stucchi, Alibi Online
Radaelli è bravo soprattutto nel percorrere i vari registri, nell’esplorare tutte le sfumature psicologiche e il ventaglio di reazioni che vive il protagonista di fronte al muro di gomma opposto da Bartleby. Gabriele Vollaro rende bene l’indolenza dello scrivano, con movimenti rallentati e occhiate vacue di chi ha deciso di tirare i remi in barca. Come reagiremmo noi, se fossimo nei panni del principale di Bartleby? Ecco: “Bartleby” è, in fondo, un’analisi sul tema della responsabilità personale. “Non era niente per me!”, dichiara l’avvocato a chi gli chiede conto dell’ex dipendente. Ma questa presa di distanza non lo autorizza a girarsi dall’altra parte, a voltare le spalle a chi, dopo tutto, è suo fratello.  
Gilda Tentorio, PAC PaneAcquaCulture
Una prova d’attore intensa per Radaelli, capace di catturare per più di un’ora la platea con la variabilità di accenti e tonalità. Grazie alla modulazione della voce o a marcature gestuali, Radaelli anima con perizia la giostra di figurine minori. La lingua (la traduzione è di Radaelli) è un segnale: scorre in articolate volute che cercano di tenere insieme un ordine faticosamente raggiunto, ma a poco a poco le strutture si sfrangiano e si spezzano, per l’ingresso di un elemento stridente, la strana figura di Bartleby (Gabriele Vollaro). Una parabola attualissima sulla forza del dire no, ma anche sull’ipocrisia, l’indifferenza, il senso dell’umanità.  
Carlo Tomeo, Mondo Pressing
Luca Radaelli si dimostra grande mattatore. La scenografia è stata creata da Renato Sarti che ha condotto anche un’ottima regia, valorizzando in particolare il talento del protagonista. Il pubblico, ammaliato dal racconto di Luca Radaelli, ha applaudito a lungo.